La settimana scorsa, il Parlamento europeo, dopo una pausa di cinque anni, ha adottato una risoluzione sul Pakistan, questa volta condannando presunti rapimenti, conversioni forzate e matrimoni precoci tra le comunità minoritarie indù e cristiane. Citando il caso della 13enne Maria Shahbaz, il testo avverte che le violazioni dei diritti umani potrebbero mettere in pericolo l’accesso preferenziale del mercato pakistano all’UE, noto come GSP+ (Sistema generale di preferenze). Potrebbe creare titoli forti, ma uno sguardo più attento a come questa risoluzione è arrivata – e chi detiene effettivamente l’autorità sulle sanzioni commerciali – rivela un processo molto più prestazionale che sostanziale. Perplessità procedurali Innanzitutto la realtà giuridica. Il Parlamento europeo non ha alcuna autorità sull’SPG+. Tale potere spetta esclusivamente alla Commissione Europea, il potere esecutivo del blocco. La risoluzione non è vincolante: è una dichiarazione politica, non uno strumento politico. Il suo vero scopo è segnalare malcontento e influenzare il pensiero della Commissione, ma non comporta conseguenze immediate. In secondo luogo, il processo di selezione. La risoluzione è stata adottata nel quadro dei “dibattiti d'urgenza” sulle violazioni dei diritti umani e della democrazia nei paesi extra-UE. Si tratta di una procedura mensile in base alla quale vengono scelti tre paesi da sottoporre a risoluzioni di condanna. I paesi, tuttavia, non vengono scelti in base a criteri oggettivi o alla gravità comparativa delle violazioni. Piuttosto, la selezione è una questione di contrattazione politica tra i gruppi politici del Parlamento. Il centrodestra spinge costantemente per condannare i regimi di sinistra o antioccidentali – Cuba, Iran, Bielorussia – mentre la sinistra prende di mira i governi di destra. Ciò che le agende parlamentari alla fine riflettono è un compromesso su ampia base, oppure una scelta dei partiti che rappresentano la maggioranza dell’assemblea. Nel caso del Pakistan, l’attenzione verso le minoranze cristiane è tipicamente guidata da gruppi europei di destra, spesso sotto l’influenza di organizzazioni evangeliche occidentali con le proprie agende missionarie transnazionali. La questione diventa un veicolo di presa di posizione ideologica piuttosto che una difesa imparziale e basata su principi dei diritti umani. In terzo luogo, il processo di redazione. Una volta selezionati i paesi, la risoluzione viene approvata rapidamente secondo una procedura che lascia solo un giorno lavorativo intero per presentare la bozza iniziale. Ciò non lascia spazio a un’indagine seria o a una valutazione equilibrata. In questo vuoto entrano le ONG e i gruppi di interesse speciale, che esercitano pressioni aggressive per l’inclusione delle loro narrazioni preferite. Inviano la lingua proposta direttamente agli uffici dei membri del Parlamento europeo (MEP) e al personale che poi spesso la copia e incolla direttamente nelle mozioni parlamentari. Il paese interessato è sempre in svantaggio e fatica a presentare la propria prospettiva mentre le narrazioni si consolidano a Bruxelles. Il risultato è un testo incline a imprecisioni, emotività, pregiudizi e atteggiamenti morali piuttosto che ad un'analisi sobria. Anche gli stessi deputati hanno criticato la mancanza di rigore della procedura, ma i ripetuti sforzi di riforma non hanno portato a nulla. Questo non vuol dire che il meccanismo sia sempre inutile. Quando esistono fatti incontestati su singoli casi di persecuzione, il controllo internazionale può salvare vite umane. Ma quando i fatti sono ambigui e oscuri – come spesso accade nel complesso panorama religioso e giuridico del Pakistan – e il Parlamento europeo non ha mezzi indipendenti per verificarli, l’esercizio diventa più un segnale di virtù che uno sforzo produttivo per affrontare questioni preoccupanti. Nonostante tutte le ostentazioni del Parlamento, è improbabile che la Commissione Europea agisca ritirando le preferenze commerciali del Pakistan. Le ragioni sono pragmatiche. Strada a doppio senso In primo luogo, l’interdipendenza economica taglia in entrambe le direzioni. Dall’avvio del programma nel 2014, le esportazioni del Pakistan verso l’UE sono aumentate del 108% raggiungendo i 9 miliardi di dollari, con il blocco che ora rappresenta circa il 29% delle esportazioni totali del Pakistan. Il solo settore tessile – oltre il 70% di queste esportazioni – sostiene milioni di posti di lavoro. Il ritiro interromperebbe le catene di approvvigionamento europee e aumenterebbe i prezzi per i consumatori europei. In secondo luogo, la Commissione preferisce l’impegno condizionato alla punizione. Alla 15a riunione della Commissione congiunta Pakistan-UE del dicembre 2025, Bruxelles ha discusso con il Pakistan i progressi in materia di pena di morte, misure di salvaguardia contro la tortura e questioni più ampie relative ai diritti umani, compresi i diritti delle minoranze religiose. L’approccio coerente è il dialogo sulle sanzioni. In terzo luogo, le realtà geopolitiche favoriscono il Pakistan. Sebbene le forze armate del Pakistan siano ampiamente riconosciute per la loro professionalità – come dimostrato durante la guerra con l’India nel 2025 – Islamabad è recentemente emersa come un mediatore diplomatico chiave. Ha facilitato il dialogo tra Stati Uniti e Iran, grazie agli sforzi del primo ministro Shehbaz Sharif e del feldmaresciallo Asim Munir – e ora svolge un ruolo di mediazione in Libia, un dossier di diretto interesse europeo. Entrambe le parti condividono anche l’interesse per le cooperazioni antiterrorismo, dall’Esercito di liberazione del Balochistan al Tehreek-i-Taliban Pakistan, come sancito nel quadro del Piano di impegno strategico del 2019. La recente visita dell’Alto Rappresentante dell’UE per la politica estera Kaja Kallas a Islamabad ha rafforzato questa traiettoria positiva. La dichiarazione congiunta successiva alla visita “ha accolto con favore lo slancio positivo nelle relazioni UE-Pakistan” e ha delineato un’ampia gamma di cooperazione – dalla difesa del multilateralismo alla gestione della migrazione alle opportunità commerciali e di investimento. La revoca delle preferenze commerciali, in questo contesto, minerebbe questo partenariato strategico in un momento in cui l’Europa ha bisogno di partner affidabili nell’Asia meridionale. Il Parlamento, ovviamente, è libero di adottare le sue risoluzioni e deve impegnarsi a offrire un quadro più sfumato della realtà pakistana. Ma non decide sulla politica commerciale e estera: lo fanno la Commissione e il Consiglio. La Commissione continuerà a monitorare e sollecitare le riforme, ma non darà il via alle preferenze commerciali. Il costo economico per l’Europa, la rilevanza diplomatica del Pakistan e la preferenza istituzionale per l’impegno rispetto alla punizione rendono il loro ritiro una prospettiva lontana, indipendentemente dalle risoluzioni del Parlamento.